Alessandro Ferretti

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AGRO ROMANO: La dichiarazione di notevole interesse pubblico di un’area vasta non è espressione di pianificazione

Consiglio di Stato N. 7005 depositata il 30 dicembre 2011 [1]

Con un’ampia e articolata sentenza, il Consiglio di Stato risolve in maniera inequivoca la querelle prolungata sulla tutela del c.d. agro romano. Infatti, la sezione sesta, pronunciandosi con la sentenza n. 7005 depositata il 30 dicembre 2012, chiarisce la legittimità dell’operato del Ministero per i Beni e le Attività Culturale in ordine alla propria azione di tutela del paesaggio e, quindi, di governo del territorio.
Nel caso di specie, la Direzione regionale per  i beni culturali e paesaggistici del Lazio aveva dichiarato il notevole interesse pubblico dell’area sita nel Comune di Roma, qualificata “Ambito Meridionale dell’Agro Romano” compreso tra le Vie Laurentina ed Ardeatina. Ciò con il Decreto dirigenziale del 25 gennaio 2010, ai sensi e per gli effetti dell’art. 141, comma 2 del Codice dei beni culturali.
Contro tale decreto proponevano ricorso al TAR alcuni proprietari di aree interessate dalla dichiarazione di notevole interesse pubblico. In estrema sintesi, le contestazioni dei ricorrenti  si basavano sulla sostanziale identità di previsioni tra il decreto di vincolo ed il Piano Territoriale Paesistico Regionale, raddoppiandosi tuttavia l’estensione dell’area tutelata – individuata come paesaggio identitario della campagna romana – da 2700 ha a 5400 ha. In tale area viene dunque inibita qualsiasi trasformazione dei suoli, incidendo- secondo i ricorrenti -   pressoché integralmente la proprietà.
A fronte di tali contestazioni, il giudice di prime cure  respingeva il ricorso compensando le spese di giudizio. La proprietà proponeva appello, con l’annullamento della sentenza di primo grado, e conseguentemente l’annullamento del provvedimento  amministrativo, previa rimessione alla Corte costituzionale di molteplici questioni di illegittimità costituzionale,  proposte nell’impugnazione con riguardo a numerose norme del Codice dei beni culturali.
In particolare, le questioni sollevate si concentrano sul presunto eccesso di delega operato nella redazione del D. Lgs. n. 42/2004, sia in merito alla introduzione di una terza categoria di beni paesaggistici, sia sulla presunta identificazione del paesaggio con il territorio, sia a causa della indiscriminata valenza pianificatoria che verrebbe ad assumere il provvedimento ministeriale di tutela paesaggistica. Nessuna di queste ipotesi convince i giudici del Consiglio di Stato, ritenute non rilevanti ai fini del giudizio se non addirittura infondate.
Per quanto riguarda l’integrazione della dichiarazione di notevole interesse pubblico nel piano, ciò non  le attribuisce valenza pianificatoria in quanto tale, restando questa individuata dal contenuto e dall’efficacia propri.  La dichiarazione viene inserita in uno strumento che la correla ad un quadro di programmazione dell’uso e della valorizzazione del paesaggio al fine, già individuato nella ratio della previsione dei piani paesistici dell’art. 5 della legge n. 1497 del 1939, di coordinare la salvaguardia dei valori paesaggistici delle zone dichiarate di particolare interesse in un più ampio contesto.
La dichiarazione di notevole interesse pubblico – si legge nella sentenza – riguardante un’area “vasta” non costituisce perciò espressione di una funzione di pianificazione; il provvedimento infatti, adottato nell’esercizio di un diverso e autonomo potere, non attiene alla detta funzione né la acquisisce per il fatto della integrazione nel piano, unico atto cui la funzione è invece attribuita allo scopo, ulteriore rispetto alle determinazioni singole, di coordinare l’interazione tra i vincoli di diverso tipo gravanti sul territorio qualificato come paesaggio in un quadro complessivo. Né la pianificazione risulta orientata al solo effetto della inibizione assoluta della edificabilità poiché il piano presuppone e analizza “lo sviluppo sostenibile delle aree interessate”, la presenza di “dinamiche di trasformazione del territorio” e reca prescrizioni e previsioni atte “alla individuazione delle linee di sviluppo urbanistico ed edilizio” compatibili.
Infine, i giudici di Palazzo Spada ritengono che la istruttoria, la motivazione ed il contenuto del provvedimento ministeriale  non sia affetto né da vizi di illogicità e di ragionevolezza della discrezionalità esercitata che, al contrario, appare rispondere ad una moderna e coerente visione del paesaggio fermo che, quanto ai criteri utilizzati, si può censurare la sola valutazione che si ponga al di fuori dell’ambito dell’opinabilità, circostanza che nel caso di specie non può dirsi certo ricorrente.
Da qui la decisione del Consiglio di Stato di respingere l’appello, compensando le spese.

(BretellaLog, 2 gennaio 2012. Nota di Alessandro Ferretti)

[1] Il testo integrale è scaricabile dal sito della Giustizia Amministrativa, qui

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