Il manager dei musei e la politica

Chissà perchè intorno a questa nomina (quella di Resca), intorno a questo ruolo (supermanager dei musei), intorno a questa svolta (epocale ?) si è fatto un gran chiasso come se da ciò dipendesse il futuro della cultura italiana…Leggo i commenti ogni volta più approfonditi sull’argomento ed ormai mi sembra chiaro che gli schieramenti (noi italiani siamo dei tifosi, si sa) sono due: quelli della cultura “moderna”, quelli della cultura “antica”. Quelli che ritengono che un soggetto posto alla guida del patrimonio storico artistico dovrebbe essere un tecnico, quelli che ritengono che dovrebbe essere soprattutto un manager, perchè i tecnici di economia “non ci capiscono niente..”. Per ultimo, ma non meno importante, è arrivato anche lui, il buon Giordano Bruno Guerri che opera appunto la distinzione tra i moderni e gli antichi. Sì, perchè chi vuole Resca, un manager dei fastfood, come supermanager dei musei è un moderno; chi, al contrario, vorrebbe un esperto, degni di questo nome, è un arcaico. Evviva la modernità! Oggi i beni culturali devono essere valorizzati, posti al centro del markeing del turismo del Paese e chissenefrega se mettiamo un bellissimo  striscione con  il marchio di un ottimo salame tra le colonne, che so, del Colosseo, ad esempio. Chissenefrega se i musei italiani hanno personale carente, se non ci sono i fondi per adeguati strumenti di sicurezza e di tutela, se non ci sono i soldi per pagare le bollette, se non c’è la cartaigienica nella tiolette, chissenfrega..Adesso abbiamo il supermanager che fa attività di marketing  e di botto la Galleria degli Uffizi diventerà il museo più visitato al mondo!! Questa è la visione moderna della cultura, quella che Guerri dice essere di questa politica, di questa politica dei beni culturali che è tanto moderna da far sparire dal Codice dei beni culturali le opere di architettura contemporanea (vedi il ddl sulla qualità architettonica) e che elimina con un tratto di penna dall’organizzazione del ministero la parola contemporaneo. Evviva la modernità! Avanti con gli hotdogs: la cultura di un paese si salva con un bel panino imbottito!

Da ilGiornale.it

Il manager dei musei? Che bello se l’arte profuma d’economia

di Giordano Bruno Guerri

I musei – e, in generale, l’intero patrimonio artistico italiano – sono un bene prezioso per il mondo e per il nostro Paese (e ben venga, fra l’altro, la recente proposta del ministro Sandro Bondi di realizzare in Italia una “Davos” della Cultura mondiale). È indubbio che questo patrimonio debba essere tutelato in ogni modo, e per questo abbiamo eccellenti direttori di musei e sovrintendenti preparatissimi, ognuno nel proprio settore di competenza. Ma di certo non è comune la figura di un esperto d’arte dotato di capacità manageriali e imprenditoriali. E non è pensabile che tutto il bendiddio di cui disponiamo in oltre quattromila musei sia privo di una gestione organizzativa e di marketing, capace di valorizzare al massimo i nostri tesori. Un semplice dato basterà a chiarire la gravità del problema: nessun museo italiano è fra i dieci più visitati al mondo, benché disponiamo di un flusso turistico enorme, nonché di beni artistici in quantità e qualità superiori a tutto il resto del mondo messo insieme: la Galleria degli Uffizi, il nostro museo più frequentato, è al ventunesimo posto.
Proviamo per un attimo a toglierci la puzza che ci aleggia sotto il naso ogni volta che si paragona la cultura a qualsiasi altro prodotto: se un’industria avesse una catena distributiva capillare, con i prodotti migliori, e tuttavia non facesse buoni affari, tutti diremmo che ha un problema organizzativo e di marketing. È ciò che deve avere pensato il ministro Bondi decidendo di affidare una direzione generale del suo ministero a un manager che professionalmente non ha mai avuto a che fare con l’arte.
Non conosco il prescelto, Mario Resca, ma ho letto il suo curriculum fitto di successi in aziende pubbliche e private. Il suo compito non sarà interferire con scelte culturali, bensì razionalizzare il sistema museale: dalla messa in sicurezza degli edifici all’organizzazione del personale. Resca dovrà inoltre creare nuovi posti di lavoro e coinvolgere sponsor privati, censire tutto quello che giace nei magazzini, collegare il turismo a una maggiore fruizione culturale eccetera… Insomma, dovrà avviare un’azione di marketing indispensabile alla valorizzazione di qualsiasi prodotto, sia pure il più nobile.
Pochi intellettuali – sia a destra sia a sinistra – sono intervenuti per difendere la scelta del ministro, mentre molti si sono lamentati per la dignità della cultura offesa dalla contaminazione con la managerialità (e su questa linea si pone anche la raccolta firme dell’associazione «Bianchi Bandinelli» contro la riforma dei Beni culturali voluta da Bondi). C’è stato persino chi ha sostenuto che i beni culturali non devono essere intesi come una risorsa – anche – economica. È un modo singolare e, purtroppo, antico di vedere la cultura e l’economia: ricorda quegli affreschi, quei dipinti medievali e rinascimentali di cui sono pieni appunto i nostri musei e le nostre chiese: «il mercante», giudicato colpevole di per sé, in quanto mercante, viene torturato da demoni che – in genere – lo costringono a ingoiare oro fuso.
Questa visione arcaica e religiosa del rapporto arte/economia viene riproposta identica da chi disapprova che un manager – il quale di recente si è occupato di una grande catena alimentare e di casinò – possa ora occuparsi di Leonardo e di Piero della Francesca. Eppure, con una contraddizione palese, tutto il mondo delle cultura si appresta a celebrare il centenario del futurismo: che non intendeva affatto distruggere i musei, come provocatoriamente dichiarato e come Martinetti ha poi sempre smentito. Martinetti voleva invece, con genio visionario e avveniristico, mettere l’arte a disposizione di tutti, proprio come un prodotto di consumo. Ci riuscì, con la sua avanguardia, prima scoprendo talenti che avrebbero prodotto capolavori, poi imponendoli all’opinione pubblica (e al mercato) con un’azione di marketing di cui capì per primo l’importanza e la necessità anche nella vita artistica.

Benvenuto, dunque, a Resca: in base al principio che la cultura per la cultura è una cosa, l’azione per la cultura è un’altra, non meno importante e delicata. Che si faccia azione per la cultura è di per sé un fatto culturale di cui compiacersi, se si vuole guardare avanti e non oziosamente indietro.

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Una Risposta

  1. Di arcaico in Italia non sono i Musei ma le intricatissime ed assurde norme burocratiche che li imprigionano.
    Leggetevi un po’ il recente ” Codice dei Beni Culturali” e vedrete che, in pratica, è proibito tutto o è fattibile con
    procedure lunghissime e contradditorie.
    A questo aggiungete , per i Musei Civici, i regolamenti bizantini di contabilità , per le sponsorizzazioni e chi più ne ha ne metta e vedrete che l’attività prevalente alla quale sono obbligati i miei colleghi è, quasi esclusivamente, quella ammnistrativa.
    Il lavoro vero museologico ( catalogazione, ricerca eccc…) lo possiamo fare solo nei week end , la ricerca di fondi e la valorizzazione ci è proibita . Liberateci e liberate i nostri musei e vedrete che quelli italiani non sono inferiori agli altri europei.

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