Ma che succede ai “beni culturali”? 3: altre prese di posizione.

Indubbiamente, l’ultimo mese è stato particolarmente “ricco” di novità, polemiche e confusione. Il dimissionario Settis ha lasciato il proprio posto di Presidente del Consiglio Superiore al prof. Andrea Carandini, il Ministero, nelle sue strutture centrali, procede con impressionante velocità in inziative di rilievo a 360 gradi nel panorama interno e internazionale, la periferia del dicastero “protesta”, parte del mondo della cultura “protesta”. C’è chi chiede a Carandini di dimettersi, c’è chi chiede al ministro dei beni culturali di dimettersi, c’è chi si è dimesso (oltre a Settis, anche Emiliani se ne è andato dal Consiglio), c’è chi si vorrebbe dimettere, ma non lo fa, la maggior parte dei protagonisti non intendono cedere posizione. Insomma, oggi il sistema dei beni culturali rappresenta un guazzabuglio di notevoli proporzioni che sembra destinato ad aggravarsi. Nella mia profonda ignoranza delle “cose politiche” verrebbe da pensare che si tratta dei primi passi diretti a far abdicare lo Stato dalle funzioni di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale del Paese a vantaggio dei privati e delle comunità locali, sulla pretesa vicinanza con il sistema inglese. Quello che so è che il nostro modello costituisce un esempio e che lo smantellamento che si sta profilando è un atto che rischia di mandare in frantumi decenni di esperienza e conoscenza. Cosa succederà? Non ci resta che seguire le vicende con attenzione e tentare delle ipotesi ricsotruttive nel tempo. Per ora vorrei riportare l’articolo pubblicato su Il Giornale del 26 febbraio in merito al pensiero di Bondi sulla configurazione del nuovo Ministero per i beni culturali.

Bondi «Tutelare sì, ma senza frenare lo sviluppo»

Le dimissioni di Salvatore Settis da presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali, ufficializzate ieri, hanno provocato un diluvio di prese di posizioni. Sul contrasto fra l’archeologo e il responsabile della politica culturale del governo, il ministro Sandro Bondi, erano già intervenuti politici, associazioni e addetti ai lavori, quasi tutti per invitare il ministro a respingere le dimissioni di Settis. E ieri, mentre le dichiarazioni sul caso proseguivano, sono intervenuti anche i due più diretti interessati. Bondi ha detto che il suo dissenso con Settis verteva su «questioni di merito». «In particolare – ha spiegato al Giornale – sulla necessità non solo di tutelare il nostro patrimonio storico e artistico ma anche di valorizzarlo adeguatamente. Per questo occorre unire alle competenze tecniche di eccellenza dei sovrintendenti e del ministero specifiche competenze manageriali in ambito culturale, seguendo l’esempio di altri Paesi europei. Il mio programma di rinnovamento si fonda su questa scommessa, per la quale ho presentato una proposta di riforma del ministero che prevede fra l’altro una nuova direzione generale per la valorizzazione del nostro patrimonio artistico. Voglio un ministero che non sia percepito come un freno allo sviluppo e alla modernizzazione dell’Italia». Il ministro ha proseguito ricordando di avere messo fine ai finanziamenti a pioggia, di avere concentrato le risorse sulle aree archeologiche di Roma e di Pompei e sul complesso di Brera a Milano. «In questo modo – ha detto ancora al Giornale – si vedrà l’efficacia del piano strategico, contribuendo nello stesso tempo a mutare l’immagine dell’Italia nel mondo».
Quanto a Settis, ha incassato la solidarietà della stragrande maggioranza del Consiglio superiore che ieri ha votato un documento in cui si definiscono «non solo legittime ma doverose» le dichiarazioni dell’ormai ex presidente che avevano poi provocato «una ingiustificata e incomprensibile presa di posizione del ministro». Uscendo dal ministero dopo aver formalizzato le dimissioni, Settis ha detto che continuerà la sua battaglia da «cittadino, qualifica molto più importante di quella di presidente». «Non vedo – ha dichiarato – quale debba essere il mio ruolo se non quello di dialogare con il ministro, ma lui non accetta il dialogo».
Per l’ex ministro Francesco Rutelli, che lo aveva nominato presidente del Consiglio superiore, Settis merita l’onore delle armi. Per Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera, invece no perché «ha condiviso una politica fallimentare».

Tratto da IlGiornale qui

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Una Risposta

  1. Intanto, alcuni funzionari storici dell’arte del Ministero replicano alle dichiarazioni del Ministro con questo comunicato stampa.

    Le dimissioni di Salvatore Settis dalla carica di presidente del Consiglio Superiore per i Beni Culturali suscitano una forte preoccupazione nei funzionari storici dell’arte del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, non solo per l’indiscussa autorevolezza della personalità che abbandona l’incarico, ma ancor più come specchio della grave crisi di identità che il Ministero sta vivendo da ormai alcuni anni, ulteriormente aggravata in questi ultimi mesi dagli atti e dalle prese di posizione del Ministro.
    Quello che preoccupa più di tutto è proprio lo “scollamento” sempre più profondo tra la componente tecnico-scientifica e la conduzione del Ministero a livello politico.
    Il concentrarsi spasmodico dei politici sulla riorganizzazione burocratica del Ministero ha fatto sì che la struttura, invece di snellirsi, si sia fatta negli ultimi anni sempre più confusa e farraginosa. Non ancora digerito un cambiamento, il sistema ne subiva un altro a stretto giro, impedendo di fatto quella messa a regime che è sempre auspicabile dopo una consistente riforma. In particolare, il ruolo delle strutture periferiche – le Soprintendenze – un tempo vero cuore pulsante del sistema di tutela, è stato svilito, sin quasi annichilito, letteralmente tagliando loro i viveri, rappresentati da un lato dai finanziamenti per lo svolgimento anche delle più semplici attività ordinarie, dall’altro dall’arricchimento del personale tecnico-scientifico tramite il bando di nuovi concorsi.
    In tal modo si sono progressivamente persi di vista i problemi e gli obiettivi fondamentali della tutela, della conservazione, del restauro, della gestione e della valorizzazione del nostro patrimonio artistico, magari nascosti dai clamori mediatici delle mostre, l’unico settore che oggi sembra trainare l’intero mondo dei beni culturali.
    Chi oggi parla più di territorio, di paesaggio, di patrimonio diffuso, di formazione dei restauratori, di didattica, di personale tecnico-scientifico giovane e preparato da immettere negli ormai invecchiati quadri ministeriali?
    Ora, con l’ultima riforma del ministro Bondi, assisteremo all’ennesima riforma “centralista”, alla creazione di una nuova Direzione Centrale, quella “dei musei e della valorizzazione”, cui si vuole mettere a capo un manager, come abbiamo appreso dalle cronache di questi ultimi mesi. Il Ministro nella sua lettera del 23 febbraio scorso, pubblicata su “Il Giornale”, ha sostanzialmente presentato soprintendenti e funzionari come studiosi ammuffiti, incapaci di leggere un bilancio e di far funzionare a dovere musei e siti archeologici loro affidati, che dovrebbero dunque essere messi nelle mani di capaci manager per assicurarne “finalmente” la tanto agognata efficienza e redditività. Questo accade in Italia nel momento stesso in cui a capo del più importante museo americano, il Metropolitan di New York, è stato scelto uno storico dell’arte di 48 anni!
    Forse il Ministro dimentica che nel nostro paese la maggior parte delle grandi mostre sono organizzate dalle Soprintendenze (anche quelle di successo), forse si dimentica che ormai da anni i soprintendenti e i funzionari fanno del “fund raising” (sì, sappiamo anche noi cos’è!), forse si dimentica che le soprintendenze organizzano nei musei di loro competenza attività didattiche per le scuole, concerti, conferenze, visite guidate, spesso attraverso l’impegno personale di funzionari sottopagati e, ormai da anni, trovando minimo sostegno finanziario da parte del Ministero (e senza oltretutto poter contare su una fiscalità di vantaggio per quei privati che vogliano investire nella cultura). Gli storici dell’arte delle soprintendenze sono perfettamente in grado di valorizzare ciò che conoscono benissimo, basta che vengano messi in grado di farlo da una classe politica che finalmente comprenda che nella cultura in un paese come il nostro si deve investire per davvero, non solo con i proclami, ma concretamente. Di questo abbiamo bisogno, non di manager strapagati che si sono dimostrati abili nel vendere panini.
    E’ la struttura ministeriale a dover essere completamente ripensata, ma non attraverso i consulenti esterni e nella prospettiva burocratico-politica con cui questo è stato fatto negli ultimi dieci anni, bensì nella prospettiva di una valorizzazione della componente tecnico-scientifica che un tempo reggeva egregiamente il Ministero. Va recuperato, prima che sia troppo tardi, il ruolo insostituibile della presenza sul territorio delle Soprintendenze, che devono riacquistare quel peso e quell’autorevolezza, direttamente proporzionali alla cultura e alla competenza, che una classe politica miope ha loro progressivamente sottratto attraverso l’esercizio arrogante ed ignorante del potere.

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