Proroga=vittoria di Pirro?

Sono appena rientrato dall’estero ed ho iniziato a leggere le decine di comunicazioni che sono state inserite nel gruppo che ho aperto per i restauratori . Proclami di vittoria, grida di giubilo per la imminente proroga temporale che sarebbe stata concessa dal ministro per le evidenti, rumorose e incredibili crepe che la macchina  del concorso aveva aperto. Hurrà, hurrà! Finalmente qualcuno ascolta le lamentele di un gruppo di lavoratori che per anni ha restaurato di tutto un po’  e che d’un tratto si è vista cancellare tutta la propria memoria lavorativa, “degradati” al rango di sherpa per gli optimates, i “veri restauratori”. Ma non so chi o cosa sia stato veramente “ascoltato”: il lamento degli esclusi? le grida dei sindacati? o, forse, i cigolii appesantiti di un ministero che non può affrontare una simile procedura elefantiaca senza restare in ginocchio per mesi e mesi? Non so, ma a me la proroga sa più di ancora di salvataggio per il ministero che di salvagente lanciato nel mare dei restauratori affogati e affogandi…Correggeranno il tiro? Modificheranno il DM 53 ? Chissà…prospettive ancora non ne vedo, soprattutto per quei “poveracci” dei giovani restauratori che hanno lavorato dal 2001 in poi…Non so, sarà la naturale diffidenza che mi porto appresso per le  “cose ministeriali”, ma non vorrei (proprio non vorrei) che si tentasse di accontentare un parte degli scontenti, per affossare il  resto degli esclusi..Chissà, forse sono solo malizie notturne…vedremo

Una cosa però voglio dire, oggi che tutti cantano vittoria: celebrate pure l’avvenimento, ma non abbassate la guardia, la fregatura è sempre dietro l’angolo . Parere personale, si capisce.

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11 Risposte

  1. concordo, caro bretella, concordo. Per ora la voglio vedere nero su bianco la proroga e poi la vera battaglia è questa assurda retroattività. Cosa ne dici,rimanendo in tema, dell’elenco di garanzia pubblicato sul sito ARI? Invito tutti i presunti restauratori a leggere nomi e cognomi della prima falange degli optimates….almeno sapremo con chi ci dobbiamo confrontare..

    • ELENCO ARI: Eh sì ne conosco molti di quei nomi! Ho anche molti contratti di lavori effettuati per le loro imprese (ed anche con altre imprese di tizi non associati all’ARI) sotto ruolo di Co.CO. Co. o Co.Pro, nei quali contratti è ampiamente descritta a carico del lavoratore la autonomia tecnica, scelta dei tempi e responsabilità dell’ oggetto affidatomi; addirittura contratti in cui il pagamento era condizionato all’esito positivo del collaudo da parte dell’organo di tutela.
      Solo che questi/e cari/e signori/e hanno ben dimenticato di comunicare all’Ente appaltante (nella fattispecie Mibac) il mio nominativo come quello di tutti gli altri collaboratori, autoattribuendosi la responsabilità diretta. Comunicazione invece fatta regolarmente da altri datori onesti a parità di tipo di contratto ed effettivamente riscontrabile sui documenti in possesso del Ministero.
      Quindi per l’art. 1-ter non mi verrà riconosciuto un bel niente dal Mibac, di anni di responsabilità diretta non risultante!.E ciò mi penalizza di fatto poichè non rientro nei limiti richiesti! Ricordo e sostengo che per istituto legislativo la prerogativa dei co.co.co. e dei co.pro è proprio l’autonomia gestionale dei lavori anche se all’interno di programmi di lavoro più ampi.Pena, per difformità dalla realtà, il riconoscimento di tale contratto di collaborazione, come assunzione a tempo indeterminato (con tutti i vantaggi retributivi e previdenziali). Per questo (so che mi leggono)assicuro ai responsabili la mia vertenza e richiesta danni nelle sedi giudiziarie.
      In questo modo ritengo che l’atteggiamento di quei/quelle datori di lavoro sia stato una sorta di FURTO di requisiti (che oggi sono indispensabili per l’ottenimento della qualifica). E’ o non è’ un DANNO IMMENSO?
      Poi, a proposito dell'”eccellenza”, alla quale Bondi dichiara che terrà sempre conto, c’è da dire che la fanno 999 volte su mille proprio i collaboratori dato che spesso quei datori di lavoro non si sporcano mai le mani nella calce per tenersele pulite a scrivere il LORO nome nei documenti da inviare al Ministero, come autore meritevole di quegli esiti positivi(parlano i certificati di buon esito), E FANNO PUNTEGGIO PER LE LORO QUALIFICHE AI DANNI DEGLI AVENTI DIRITTO . A tal proposito invito a sostenere il criterio sancito dalle sentenze TAR citate nei documenti di ricorso avanzati da CNA e Sindacati, nonchè il criterio del merito e responsabilità diretta implicitamente ed espressamente mensionato anche nelle LINEE GUIDA del Mibac!!! (incoerente poi con l’1-ter) Basterebbe anzichè cercare il nome (del collaboratore co.co.co. o a progetto) nei documenti del Mibac (art. 1-ter), richiedere copia dell’estratto assicurativo INPS in cui si evidenzia pure che il collaboratore si è pagato la gestione diretta.(e questo estratto, io l’ho inserito come pdf insieme al pdf dei contratti)
      “Eccellenza” dice Bondi? Con questo decreto, basta un qualsiasi geometra che possieda gli 8 anni perchè con assunzione da capo cantiere (il famoso 5° livello) ed è automaticamente RESTAURATORE come ICR e Co. senza sapere neanche chi è Michelangelo.
      E poi vogliamo parlare dei CREDITI FORMATIVI? Perchè, vista l’arbitrarietà di valutare 1 anno di formazione come 2 anni di lavoro, non si è voluto valutare in forma di CREDITI FORMATIVI (si parla di qualifica di Restauratore pari ad una Laurea Magistralis)anche tutti quei corsi regionali inferiori a 1200 ore? Io c’ho un corso regionale di 600 ore, organizzato dalla Regione Lazio per lavoratori con P-IVA con attività pregrassa dimostrata, con tutti docenti ICR, effettuato prima del 2000 quando non erano stati ancora sanciti i limiti temporali minimi, che ADESSO non mi vale niente; ho il diploma di Accademia Belle Arti (non in restauro ma con molte discipline comuni) che non mi vale niente. Ho la LAurea in Architettura (indirizzo Tutela e recupero del patrimonio storico architettonico) che non mi vale niente. Insomma. Bastava sommare il valore di questi titoli in crediti formativi e semmai dare la possibilità di compensarli con corsi di aggiornmamento o perfezionamento.NON BUTTARE VIA UN PATRIMONIO DI FORMAZIONE!
      Scusate i toni di sfogo ma dopo oltre 20 anni di duro lavoro è facile farsi il sangue amaro.
      Grazie a tutti e soprattuto al caro Alessandro (Bretella) di questa disponibilità di spazio.

      • La domanda è: quando lavoravi con i co.co.pro avevi direttamente rapporti con la D.L.? Chi faceva le scelte di metodo? Chi coordinava il lavoro di tutti?Se ciascuno dei collaboratori opera in autonomia e con responsabilità personale lo fa comunque in un contesto di cui il responsabile ultimo è alla fine il suo datore di lavoro che si assume il rischio di impresa e il valore delle scelte operative, a partire dalla scelta dei collaboratori stessi, dei quali garantisce la qualità di fronte alla committenza. Sicuramente se si parla di compensi mi trovi d’accordo sull’inadeguatezza dei trattamenti economici dei collaboratori, ma qui si apre un mare di riflessioni sul tema. Una su tutte: le nostre imprese sono piccole e molte, la mia per esempio, vivono di gare e non di affidamenti diretti ricevuti da funzionari compiacenti. Non possiamo fare programmi a lunga scadenza e tantomeno garantire lavoro a lunga scadenza, abbiamo collaboratori “storici” che conoscono la realtà in cui viviamo e condividono onori e oneri. Sono collaboratori e lavorano CON noi, non al posto nostro, con la responsabilità del loro ruolo, non “incastrati” in questo contratto. Quando non possiamo offrire un compenso “decente”, lavoriamo solo noi soci. Nella piccolezza della nostra impresa viviamo i nostri rapporti con rispetto reciproco e lealtà, ma so che siamo una delle poche oasi felici in un panorama desolante e ne sono molto fiera.
        Sarà opportuno rivendicare giuste retribuzioni appena possibile, magari insieme alla “eccellenza”…non ci starebbero male….per quanto mi riguarda non aspetto che l’occasione per riconocere il merito a chi lo ha.

      • Circa il ‘riconoscimento del merito’, riporto testualmente da pag.10 delle Linee guida:

        “5.2.1 Dimostrazione dell’attività svolta: dichiarazione dell’interessato ed attestazione dell’amministrazione pubblica – Un primo aspetto da chiarire è che il riferimento della norma allo svolgimento “diretto”, e con responsabilità “diretta”, sta ad evidenziare che l’attività ritenuta utile a far presumere l’acquisizione di un’adeguata capacità professionale (così da integrare o sostituire un insegnamento istituzionale specifico, insufficiente o mancante) è soltanto quella effettuata concretamente, di persona dall’aspirante restauratore, e come tale verificabile e valutabile da parte dell’amministrazione preposta alla tutela del bene” (….)

        E aggiungo: in molti contratti a progetto viene anche mensionata la responsabilità personale del collaboratore tanto che se ne condiziona il pagamento all’esito del collaudo.

        Cara Luigia, naturalmente non tutte le società sono “piccole oasi in un panorama desolante” come la tua. Io stesso sono stato alcuni anni socio di una impresa importante e noi ci conosciamo pure. Ho conosciuto anche diversi tuoi collaboratori. A differenza della tua società, in quella in cui io ero socio, quando c’era poco lavoro lavoravano i collaboratori e noi soci niente, o almeno quando si poteva ci dividevamo un poco ciascuno un singolo piccolo lavoretto.
        Ora per me il riconoscimento della qualifica non è vitale, però questa situazione mi sta molto a cuore per le sorti di tutte le persone che ho conosciuto e che mi sono molto vicine e non per ultime le sorti del Restauro del quale mi occupo ancora ma con un ruolo ben diverso.

      • Davvero ci conosciamo?
        Dove ci siamo incontrati?

  2. L’elenco di garanza dell’ARI esiste da molto prima della pubblicazione del decreto 53….esiste solo per dire che ci sono restauratori soci dell’ARI che da tempo si sono confrontati con una legge che esiste da 8 anni. L’ARI ha deciso da tempo di accettare come soci i restauratori in possesso dei requisiti di legge, non una elite di diplomati ICR (non più), ma tutti quelli che ritengono di sentirsi rappresentati dall’ARI, che siano qualificati con un diploma regionale o con otto anni di lavoro.
    Io sono socia ARI e sono nell’elenco, ma sono stata per anni critica nei confronti dell’associazione che per molto tempo ha voluto rappresentare solo una parte di noi.
    Come me ora questi restauratori non credono nè dicono di essere gli unici ad avere diritto a questo riconoscimento, ma di certo hanno lavorato e si sono gettati nella mischia, come tanti altri, senza sconti e senza privilegi.
    Insistere su questo tema porta fuori strada: la battaglia non è tra restauratori ARI e non, la battagla è contro un meccanismo perverso che ora mette tanti restauratori in difficoltà, ma da sempre li mette, ci mette, in una posizione subordinata rispetto ad altre categorie professionali, architetti e tecnici che dirigono i nostri lavori spesso senza conoscere nulla di quello che facciamo.
    Io rivendico il diritto di cercare e di ottenere il riconoscimento della mia professionalità, ma certo non intendo farlo a spese di altri restauratori(non mi interessa e non ne ho bisogno).

    • Sicuramente la tua posizione è coerente con i tuoi principi ed in piena buonafede. Per mia esperienza personale e diretta (quindi non per sentito dire, ma per averlo sentito direttamente..) conosco società di restauratori (non chiaramente l’ARI di cui non ho conoscenza..) che pur di far mercato sarebbero disposti a pretendere solo per se stessi la qualifica, ritenendo tutti gli altri dei meri artigiani. Personalmente non ho alcuna fiducia nelle corporazioni che si autolegittimano per autoproclamazione e i cosiddetti registri di “(auto)garanzia” non mi interessano e non ne ho alcun bisogno. Parere personale, si capisce.

  3. Cara Luigia, mi fa piacere leggere le tue parole. Alcune le condivido ma permettimi che ben più di qualche critica meritano le azioni e le parole della vostra presidente, la sig.ra Tomasi che, bontà sua, nell’elenco non si è compresa, magari perchè pensa di essere super ope legis…
    La Tomasi ha parlato a nome dell’associazione e quindi anche tuo ma il fatto ancor più grave è che ha parlato a nome dell’istituzione, senza che nessuna carica istituzionale le abbia dato mandato..Forse pensa che essere stata consultata dal Ministero e non so in che veste ( dato che rappresenta una associazione di categoria fra le tante) le dia titolo..non lo so e. per quel che vale, non glielo riconosco in ogni caso. Magari c’è da tempo l’elenco, non lo so o meglio non mi importa, perchè il vostro sito l’ho cliccato molte volte e non l’avevo mai visto prima..forse era stampato sul risvolto di copertina delle tavole di Mosè. Perdonami quindi se non ti credo fino in fondo, sarai critica ma non ho sentito una voce, una sola voce degli associati Ari sul blog, che tentasse anche in modo tenue di spiegare i distinguo che ora fai presenti. In quanto al bisogno, credimi, di notorietà e accreditamenti ho ancor meno bisogno di te, lavoro nel pubblico da trent’anni. Forse, quando stavo in cantiere o in laboratorio- ed allora non esisteva la L.81!, magari tu o qualcuno dell’elenco eravate alle medie…

    • Incasso volentieri le vostre osservazioni e ne capisco il senso, ma vorrei fare con voi ancora un paio di riflessioni.
      L’ARI è nata come associazione privata dei diplomati ICR e fino a qui niente di che, se non fosse che in quegli stessi anni simo spuntati noi, i primi diplomati della scuola regionale di Roma (era il 1984) a rompere le uova nel paniere, anche perchè ci siamo ritagliati un notevole spazio (alcuni hanno aperto ditte, altri sono entrati in Vaticano). Ci siamo guardati in cagnesco per anni, malsopportandoci, spesso subendo supinamente quello che accadeva sulle nostre teste: nuova normativa dei LLPP?…tutti a farsi la SOA. Gare fantasiose e improbabili?…tutti a seguire tortuosi meccanismi per partecipare…finchè con il tempo abbiamo cominciato a comunicare e a fare insieme qualche battaglia in cui abbiamo anche difeso il nostro lavoro a Roma, perchè abbiamo scoperto che i nostri nemici erano altri.
      Le mie due socie sono diplomate ICR, socie ARI da sempre, ma anche loro spesso e volentieri critiche difronte a certe scelte del passato ed io stessa sono stata in aperta rotta di collisione con la vecchia “dirigenza” dell’ARI.
      ADESSO l’ARI mi rappresenta, non perchè difende il restauro di elite…..come vedrete nell’elenco di garanzia questa prerogativa dei diplomati ‘ICR non c’è più, ma perchè difende la dignità dei restauratori nelle sedi in cui va difesa: nella Consulta degli architetti, al tavolo tecnico per la gestione degli appalti sui beni culturali del Comune di Roma, verso quel mondo dei LLPP in cui spadroneggiano le imprese edili, nel contraddittorio con amministrazioni che non vogliono adeguarsi alle nuove regole di trasparenza negli affidamenti. Conosco abbastanza Carla Tomasi per sapere che è una persona seria, imprenditrice capace e che crede davvero che questi siano gli obiettivi e lo stesso dico per l’attuale Consiglio Direttivo.

      Io sto passando molto tempo in queste ultime settimane a cercare i documenti della società che possano permettere a quanti hanno lavorato con noi di qualificarsi come è giusto che sia: qualcuno che ha voluto prendersi nel tempo delle responsabilità lo farà come restauratore, altri no, ma di questi sono molti quelli che non lo considerano una umiliazione, ma anche questo un riconoscimento di merito. Spero davvero che tutti quelli che lavorano senza essere titolari traggano anche loro un beneficio dalla qualificazione, certo molto più che essere inquadrato come operaio edile, fosse anche di V livello (!).
      Ma se c’è qualcuno, e sappiamo che c’è perchè ne abbiamo incontrati tanti, che si è improvvisato in questo lavoro, non reputo disdicevole che venga dissuaso dal continuare.
      Concordo con voi che quello che si sta attuando non sia il metodo migliore nè il più sicuro.
      Ma vi ripeto i vostri/nostri nemici non sono nell’ARI.
      Non vi piace come rappresentanza? Non piaceva molto neanche a me, ma ora vado in assemblea a dirlo e posso valutarne l’operato esprimendo un voto e facendo critiche e proposte.
      Quando chiuderemo questo capitolo polveroso potremo aprirne uno più produttivo, in cui si imponga alle amministrazioni e alle stazioni appaltanti il riconoscimento anche economico di una categoria compatta, per quanto intrinsecamente variegata, in cui, magari con un CCNL e con prezzari dignitosi, si dia valore al prezioso lavoro di tutti, restauratori e collaboratori.
      Parliamone ancora….questi passaggi delicati sono occasioni importanti per uscire dai nostri gusci.

      • Cara Maria e Luigia,
        condivido il punto di vista di tutte due, anche se per indole mi sento più vicina a quello che dice Maria. Il problema dell’Ari non è cosa vuole bensì come intende averlo. Io ero presenta a Firenze durante il Salone del Restauro alla Stazione Leopolda quando l’Ari ha parlato della qualifica professionale. Sul palco era anche presente Pierfranceso Ungari – che in realtà sembrava, da come parlava e interagiva con la presidente Ari, un socio della medesima associazione, – la platea era piena di restauratori e storici del arte della Soprintendenza di Firenze. La signora Carla Tomasi è riuscita a insultare tutti presente – Soprintendenza compresa – e sono convinta che non lo ha fatto in mala fede. Ce’è una sorta di arroganza nell’atteggiamento dell’Ari che impedisce e inibisce il dialogo. Quando la signora Tomasi dice che lei conosce personalmente i 10,000 restauratori che secondo lei possono ambire alla qualifica, declassa l’iter ministeriale che stiamo tutti seguendo, stempera la sana ambizione che deve avere un giovane restauratore per migliorarsi, per crescere, per ambire a essere come erano i suoi maestri, si auto eroga un diritto di giudizio che va contro ogni logica. Come vedete dalla mia grammatica alquanto storpia non sono una restauratrice Italiana, anzi rettifico, sono una restauratrice Italiana di nazionalità spagnolo/irlandese: anche se lavoro a Firenze da 20 anni mi muovo molto nel mondo del restauro spagnolo / anglo sassone, e da anni seguo i discorsi che fa l’Ari nelle conferenze ENCoRE, European Network for Conservation-Restoration Education e vi posso assicurare che in diverse occasioni mi sono vergognata dell’atteggiamento che l’Ari ha a livello europeo – Il restauro italiano non può essere rappresentato soltanto dall’ARI perché il restauro italiano è molto più articolato e grande dell’ARI.
        Se io fossi una socia ARI chiederei al chi rappresenta l’ARI di parlare un po’ di meno con il Ministero e di conoscere un po’ di più al restauratore.
        Il parere di una straniere orgogliosa di essere una restauratrice Italiana. Daniela Murphy Corella

  4. Grazie Daniela, hai centrato il problema: l’arroganza.Ti esprimi benissimo..magari parlassi e scrivessi in spagnolo o inglese come te! Si cara Luigia nessuno di noi ti disconosce l’onestà intellettuale con la quale affronti il problema. Nessuno di noi nega la necessità di una regolamentazione della professione,le sue peculiarità e l’importanza dell’azione conservativa, comprese le conseguenze dell’incapacità professionale. Come ti dicevo, sono in attività da più di 28 anni, per diverse necessità mie ma soprattutto delle amministrazioni nelle quali ho lavorato, ho dovuto occuparmi di molti beni di diverse epoche e materie. Mi sono occupata così anche delle procedure dei lavori pubblici, come direttore operativo ma anche come progettista..Insomma ho avuto modo di conoscere ditte valide o no. Parlo è ovvio, della mia esperienza. Si scegievano le ditte da invitare sia sulla base delle complessità del lavoro e soprattutto sulla base dei curricula delle imprese iscritte agli elenchi della licitazione privata. Erano lavori complessi, che noi al nostro interno purtroppo non potevamo fare per mancanza, non di capacità tecnica ma per mancanza di capacità organizzativa. Era più semplice insomma trovare i soldi per affidare il lavoro che trovare i soldi per comprare materiali ed attrezzature. Tutto il resto magari difficile ma urgente lo facevamo noi. Ricordo che feci il prelievoin scavo di un affresco crollato di quasi 5 mq, ricavando le sciabole da una serranda buttata in una discarica! Certo non fa scena e magari a dirlo in un convegno ti ridono dietro..però quella parete è ora restaurata e visibile e, forse un domani potrà essere ricollocata nell’ambiente originale. Capisco che la Tomasi non lo trovi professionale però è il mio lavoro a volte disperato che consente il vostro. Magari a lei non basta che abbia superato un concorso pubblico bandito con un decreto nel 1979 per restauratore. Magari non le basta che abbia lavorato su un patrimonio pubblico immenso e nemmeno che abbia progettato ed eseguito lavori, che abbia diretto operativamente decine e decine di restauri. Non le basta nemmeno che tutto questo me lo abbia ordinato l’amm. pubblica, la stessa che ha istituito le tre sacre scuole, E se permetti, di quel che piace e considera lei non m’importa. Mi importa però della sensazione che ho dentro in questi assurdi mesi. Sento un disconoscimento totale, una inutilità profonda per un lavoro che sai,quanto mè quanto sia duro. Perchè è spesso un lavoro che costa è vale più del denaro con cui è pagato ed è la passione profonda tua e se permetti anche mia, che ti consente di resistere alla fatica ed accettare il gioco. Tral’altro nello Stato sei perennemente in posizione subordinata di storici, archeologi, architetti.I tuoi studi e le tue conclusioni devono passare dalle loro mani. Li conto sulle dita quelli che rispettano le altre professionalità e non vivono come una capitis deminutio la tua capacità. NON nego che anche all’interno ci siano persone incapaci o non idonee. Però la disciplina pretende di dimostrare le capacità di ognuno non considerando la posizione gerarchica da cui sempre si partiva nell’affidare il lavoro interno. Ho molte relazioni di lavori da me progettati ed eseguiti, firmate però anche dai miei collaboratori, tecnici del restauro o operai. La direttrice d’allora non voleva fossero specificati i ruoli, avrebbe anche preferito non scrivessi del tutto, meno male che l’ho fatto. Dimmi ora, come faccio a dimostrare la responsabilità diretta se non con il mio ruolo gerarchico? Eppure al Ministero, che pure mi paga per questa responsabilità, non interessa. devo vedermela alla pari con l’operatore a cui dovevo indicare passo passo cosa fare… E per la Tomasi è corretto… L’arroganza e la presunzione sono sempre cattive consigliere. In compenso però la perfida disciplina ci ha dato la possibilità di conoscerci e parlare fra noi. Questo si che vale..oro!
    Ciao a tutti
    Maria

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