Dalle scarpe al cashmere: a quando i salami?

Sponsorizzare, sponsorizzare: è diventata l’operazione del giorno tra quanti amano i beni culturali oggi. Devo dire che il fenomeno non turba particolarmente, anzi. Sono anni che scrivo di sponsorizzazioni – l’ultimo lavoro è per la Giuffrè e lo vedete in copertina sulla rightbar – e vedere che qualcuno inizia a seguirmi idealmente su quel terreno non può che farmi piacere. Quello che mi (dis)turba invece è che l’affaire Colosseo spa stia trovando dei proseliti. E ci credo, direte voi. Le imprese hanno fiutato l’affare. Già! Un regalo a Della Valle come il Colosseo farebbe gola a qualsiasi investitore e altri monumenti quindi rappresentano un bel target. Poi, con un ministro che incita le sponsorizzazioni, il più è fatto. Tutto bene, tutto perfetto: peccato che le regole – che ci sono – non vengano rispettate o – come prassi – siano adattate al caso concreto. Lo vgliamo fare un piccolo bando pubblico prima di individuare lo sponsor? Vogliamo prevedere una spesa pubblica sul monumento così da fare un effettivo risparmio con la sponsorizzazione e così reinvestire la spesa rispamiata nella cultura? Vogliamo fissare delle somme eque di sponsorizzazione invece che saldi di primavera? Insomma, vogliamo fare le cose seriamente? Oggi un’altra iniziativa è in cantiere in quel di Perugia, dove l’imperatore del cachmere – Brunello Cucinelli – ha dato la propria candidatura per il restauro del bellissimo Arco di Augusto. Il meccanismo che intende adottare il comune sembra essere quello della concessione del diritto di immagine in cambio del restauro del monumento: via dunque a pannelli di cantiere, targhe ricordo, e tanta tanta pubblicità. A quale prezzo? Ancora non è dato saperlo, ma il timore della svendita c’è anche in questo caso. Meditate gente, meditate.

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Una Risposta

  1. Buon giorno Sig. Ferretti, ho trovato molto interessante il tema , mi sorge una domanda: potrebbe aversi una sponsorizzazione di beni paesaggistici? Il primo comma dell’Art. 120 del Codice si riferisce al “patrimonio culturale”, anche se poi si deduce dalla norma che per una interpretazione restrittiva il riferimento è solo al patrimonio artistico in senso statico (interpretazione dovuta dalla previsione della compatibilità , ai sensi del comma 2, con il decoro, con l’ aspetto, con il carattere artistico del bene culturale). Se fosse possibile, magari in forza della atipicità del contratto, che sviluppi vi potrebbero essere? Grazie.

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