Il brutto e il vecchio del decreto Valore Cultura

Il recente intervento governativo nel settore culturale con il decreto legge n. 91 non lascia particolarmente colpiti per novità di interventi e bontà di soluzioni applicative. Molto sembra dettato per “porre mano” a quanto già realizzato nelle precedenti esperienze politiche non sempre con lucidità.  In tema di tutela, restauro e valorizzazione, ad esempio, le massimo-bray-235225disposizioni del decreto privilegiano ancora una volta quel “buco nero” rappresentato da Pompei  per il quale viene istituita la figura di un direttore generale che richiama in maniera evidente quella di un commissario istituzionalizzato che dovrà svolgere gare, migliorare la gestione del sito e delle spese, risolvere le emergenze. Aria fritta! Del tutto inutile la selezione di 500 laureati sotto i 35 anni  per un tirocinio annuale relativo ad un programma straordinario di inventariazione e digitalizzazione  che, con tutta probabilità, andrà ad ingrossare l’esercito dei precari del Ministero che non avranno mai la possibilità di essere stabilizzati. Non del tutto chiaro il motivo di far partire il progetto  con “i primi 100 ragazzi” in Puglia (regione di provenienza dell’attuale ministro dei beni culturali), Campania, Calabria e Sicilia, anziché in regioni del nord Italia dove la carenza di personale ministeriale è di gran lunga maggiore. Positiva è la disposizione relativa a garantire la rassegnazione al MiBACT  delle entrate derivanti dagli ingressi nei luoghi della cultura, ma soltanto a partire dal 2014. Per quanto riguarda le disposizioni contenute nel capo II del D.L. n. 91 del 8 agosto 2013 viene ripercorsa la politica delle prebende prevedendo un fondo di 75 milioni di euro  – che sarà gestito, guarda caso, da un commissario straordinario – per risanare la situazione debitoria delle fondazioni lirico-sinfoniche. Su questa linea si inquadra il riconoscimento e la garanzia del tax credit per il 2014 e il 2015, che in ogni caso dovrà trovare l’assenso con apposita autorizzazione  da parte della Commissione Europea. Non grandi novità dunque, ma tante cose già viste e, soprattutto,  senza quella forza e quell’impulso che dovrebbe garantire l’effettiva ripartenza del sistema cultura in Italia.

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