MiBACT : riformare o non riformare, questo è il dilemma.

Una volta – non tanto tempo fa, quando la lira era la moneta unica del nostro Paese –  si aspettavano le strenne natalizie con saggia incoscienza e felicità, a testimonianza dello scorrere inesorabile del tempo. Oggi, in tempi di spending review, siamo passati alle riforme ministeriali, indici del passaggio del ministro di turno e dello sfascio che tradizionalmente porta con sé, almeno nel dicastero dei beni culturali. Sembra quasi una regola non scritta, ma dal 2000 ad oggi i nuovi ministri dei beni culturali  si sono” dannati l’anima” per dare una impronta fondamentale al ministero dei beni culturali. Gli strumenti – fortunatamente –  sono sempre gli stessi, anche se i contenuti alle volte si diversificano come le forme. Alla regola non si è sottratto neppure Massimo Bray che, non si capisce per quale motivo, ha deciso di passare alla storia del ministero come il più fumoso e verboso dei riformatori, dando libero sfogo ad una commissione di venti “saggi” (?) che ignorando i meccanismi ministeriali in più di un componente hanno liberato la propria fantasia più sfrenata per “far quadrare i numeri”. Poco importa se il tentativo posto in essere è quello di cancellare alcuni uffici per ricrearne altri simili, purché si noti il cambiamento. Aveva iniziato nell’opera di rinascita del Ministero per i beni culturali e ambientali Walter Veltroni che nel 1998 si era inventato una nuova denominazione – Ministero per i beni e le attività culturali –  con l’istituzione delle cc.dd. Soprintendenze regionali nel 2000 ( operazione attuata dalla delfina Melandri) per costituire un contraltare politico statale alle regioni. Politico perché facevano capo direttamente al Segretario generale, mentre le soprintendenze territoriali esercitavano l’azione scientifica del Ministero riferendosi alle allora Direzioni generali competenti per materia. Un notevole scollamento tra uffici che faceva ritenere le Soprintendenze regionali strumenti inutili, voluti per motivi schiettamente politici e “di poltrona”. Nel 2004 il ministro Urbani mette mano ad un codice – che codice non era, ma semplicemente un testo unico novellato – e ad una nuova struttura ministeriale ( come ti sbagli ?), inventandosi i capi dipartimento (quattro) in luogo del segretario generale (da trombare) e le nuove direzioni regionali, potenziate nella loro struttura, ma ancora con notevoli sottomissioni nei confronti del potere delle soprintendenze di settore. Nel 2007 il ministro Rutelli si inventa le funzioni affidate al vice presidente del consiglio (cioè a se stesso ) in quanto bravo e ottimo. Nasce così il dipartimento del turismo  e il famosissimo “plis, plis,  visit our countrry!!!”.  Non contento di questo breve intervento, Rutelli ritorna alla figura del segretario generale e potenzia le direzioni regionali, rendendole depositarie della tutela del patrimonio culturale nel territorio. Non passano che due anni ed ecco l’on. Ministro Bondi creare al centro la direzione generale della valorizzazione affidata a Mario Resca. Viene da sottolineare che in tutte queste trasformazioni si è assistito ad un valzer di poltrone non indifferente, con posti da dirigente generale di prima fascia regalati (in qualche caso addirittura trafugati) e qualche vendetta personale portata a termine con compiacimento dal rais di turno. Mi viene in mente quando il ministero poteva vantare l’incredibile singolarità di un giovane dirigente generale non vincitore di concorso , ma per chiara fame (pardòn, fama!!) direttore generale centrale e contestualmente capo di gabinetto del ministro: grande!! Oggi il ministro, difeso dai suoi scagnozzi (pardòn, paladini del nulla), decide inopinatamente di far fuori il segretario generale – evidentemente il capo di gabinetto è sufficiente per le sue esigenze ministeriali – ricostituire – udite, udite – le grandi Direzioni generali ( con tante competenze sommate in un’unica figura dirigenziale – ancora rais – ) e trasformare le direzioni regionali zerbini di rappresentanza diplomatica del ministro. Potere alle soprintendenze, si potrebbe sintetizzare, ma chissà in che modo, ancora non è dato sapere in maniera chiara.  Si sa, attraverso anticipazioni, che le direzioni regionali diventeranno direzioni territoriali. In questo modo si potranno effettuare gli accorpamenti regionali come, ad esempio, la direzione territoriale degli abruzzi – abruzzo e molise – oppure quella della calabria lucana – basilicata e calabria – o del veneto friuli giulia – friuli venezia giulia e veneto -. In fondo, che cosa interessa se la tutela del patrimonio culturale si trasforma in maniera sinergica, senza considerare le unità ed  individualità territoriali? Si ricostituiscono poi le soprintendenze miste (evviva evviva, ancora tante tante competenze in un’unica figura dirigenziale), perché in fondo uno storico dell’arte può essere anche archeologo, no? Nasce anche la direzione centrale dell’innovazione, che idea nuova non è, visto che di innovazione si parlava già nel 2007, come anche nel caso della divisione delle due direzioni generali centrali del personale e del bilancio. Si elimina ovviamente la direzione generale della valorizzazione, perché come gli antichi faraoni il successore deve cancellare ciò che ha fatto il predecessore. L’idea, ancora più geniale, di costituire una stazione appaltante unica per il territorio nazionale garantisce inoltre il perpetuarsi dello scandalo delle centrali che fissano prezzi maggiorati rispetto al mercato ordinario. Che dire, le prospettive per un bagno di novità ci sono tutte. Rimaniamo in attesa del prossimo ministro per sapere come verrà rivoluzionato il ministero. Ad maiora!

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