Saggi dei beni culturali: sintesi dei lavori di una commissione inutile

Non piace la proposta di riforma del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo fatta dalla commissione dei saggi a Massimo Bray non più tardi di una settimana fa, alla scadenza del termine concesso nel decreto istitutivo della stessa (31 ottobre). Si tratta di un guazzabuglio normativo che rischia ancora una volta di mettere in ginocchio le strutture ministeriali nel nome di una riforma non voluta, non attesa e del tutto inutile. La macchina ministeriale, appesantita da procedure “spezzettate” tra diversi uffici, avrebbe avuto bisogno di atti di coraggio tali da portare a conclusione le premesse poste dalle molteplici riforme avvenute tra il 1998 ed il 2009. Al contrario, si tenta ancora una volta di “rimescolare le carte” facendo dei passi indietro deleteri. Uno dei nodi maggiormente discussi è il destino delle direzioni regionali che nell’arco di dieci anni sono diventate il fulcro dell’attività ministeriale a livello periferico. Nate nel 2000 come diramazioni (a detta di alcuni) inutili del segretariato generale, si sono piano piano conquistate un ruolo assoluto di protagoniste della vita ministeriale regionale a seguito delle riforme del 2004, 2007 e 2009, tanto da vedere le soprintendenze come proprie articolazioni. In buona sostanza, il disegno organizzativo del ministero dei beni culturali stava marciando verso la costituzione di un unico ufficio regionale periferico in grado di armonizzare e coordinare le diverse anime delle soprintendenze locali. Pochi ne sono a conoscenza, ma la tutela  del patrimonio culturale sul territorio viene attualmente dirette dalle Direzioni regionali nei diversi campi dell’archeologia, dell’architettura, del paesaggio, dell’arte e degli archivi. Difficoltà organizzative sorgono al contrario perché, nella convinzione di mantenere il “potere” locale dei soprintendenti, il regolamento duplica le competenze istruttorie dei procedimenti di tutela affidandole a queste ultime, mentre le direzioni regionali detengono la titolarità provvedimentale. Logica avrebbe voluto che le poche funzioni ancora in mano alle soprintendenze passassero direttamente alle direzioni regionali per risolvere il problema delle duplicazioni delle procedure. Invece, la Commissione dei saggi – chiamiamoli così – prospetta un ritorno all’antico con la sottrazione delle competenze di tutela delle direzioni regionali, trasformandole in direzioni territoriali con compiti amministrativi (cioè di disciplina del personale?), e riallacciando il vecchio legame soprintendenze/direzioni generali romane che tanto sapore ha di restaurazione postnapoleonica.   Simpaticamente (o contraddittoriamente?) uno dei “saggi” della commissione sostiene che si è avuta maggiore attenzione per le esigenze degli uffici territoriali , quali musei, archivi, ecc., rendendoli maggiormente autonomi e cioè dipendenti da un unico  grande ufficio centrale romano (!). Per chi è anziano del Ministero sembrerà di tornare all’epoca dell’Ufficio centrale megacompetente, con tutti i problemi che vi erano connessi, tra i quali il più importante era proprio la lontananza tra centro decisionale (posto a Roma) ed esigenze locali, spesso disattese da burocrati ignoranti del territorio. Lo scempio non si ferma qui, e lo stesso “saggio” della commissione dichiara che il ministero dei beni culturali rischia di diventare il cimitero di precari iper-sfruttati e che pertanto è urgentissimo sanare la piaga del precariato – testimoniata dall’illustre sconosciuta Sonja Moceri insieme a due sue colleghe alla stessa commissione – procedendo ad un concorso di reclutamento aperto, disciplinato da un bando che tenga adeguata considerazione dei titoli di anzianità e di specializzazione. Insomma, dare vita ad una sorta di legge 285 che negli anni Ottanta rese dipendenti pubblici giovani di cooperative dc e pci. Infine, lo schiaffo della commissione va al sottosegretario Borletti Buitoni, rea di aver partecipato ai lavori della commissione solo una volta e con la grave colpa – udite, udite –di aver lodato il privato. Si, perché per la commissione dei saggi – a detta del saggio che ci ha fornito tutte queste informazioni dal suo  blog personale su il fatto quotidiano – il più grande male che affligge il ministero dei beni culturali è quello di essere nella morsa dei privati che, a scapito del rigore scientifico della tutela del nostro patrimonio culturale, si stanno macchiando della gravissima colpa  di mettere a reddito i nostri beni culturali. Alla faccia della modernità e dell’innovazione.  Se queste sono le conclusioni condivise di tutti i saggi della commissione per salvare il patrimonio culturale italiano, c’è da dire “beata ignoranza”.

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Una Risposta

  1. Da “anziana” del Ministero, non posso che sottoscrivere in toto l’analisi del collega Ferretti. Forte è il sentore della restaurazione in tutto il documento, nel goffo tentativo di ridare funzionalità al una struttura amministrativa che invece avrebbe bisogno solo di alcuni aggiustamenti organizzativi ma che, invece, ha una gran necessità di un diverso “passo” nella ri-progettazione del proprio managment scientifico e culturale.
    A ben vedere gli strumenti sono già tutti sotto i nostri occhi, basterebbe utilizzarli meglio. Segnalo quanto scritto da Pietro Petraroia pochi giorni fa sul Giornale dell’Arte on line, come dire: è tutto già detto e scritto, bastava conoscere la materia di cui si andava discutendo…

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