I giudici, la tutela paesaggistica e il ddl madia

Il Consiglio di Stato interviene in materia di tutela paesaggistica, spazzando via l’idea alla base del ddl madia

Con la sentenza n. 3652 depositata il 23 luglio 2015, la Sesta Sezione del Consiglio di Stato è intervenuta nuovamente in tema di tutela paesaggistica ribadendo con forza e necessità il ruolo del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo in questo ambito. Ciò che la caratterizza ed in un certo senso la pone controcorrente rispetto agli attuali venti di riforma che provengono da Collegio Romano è l’assunto principale che alla funzione di tutela del paesaggio risulta estranea ogni forma di attenuazione della stessa determinata dal bilanciamento o dalla comparazione con altri interessi, anche se pubblici. E’ un pronunciamento che si inserisce in un solco tracciato ormai da tempo dal Consigliere Giuseppe Severini, che, grazie alla sua sensibilità per le tematiche del paesaggio, si pone in un certo senso come guida della materia. La sostanza della questione si può leggere nel quesito posto al giudice, e cioè se sia legittimo per il MiBACT pronunciare dei pareri in ambito paesaggistico che tengano conto del bilanciamento degli interessi in gioco, pubblici e privati. La risposta data è stata un secco no. Non è questo il compito del MiBACT, in ossequio ai principi costituzionali che governano la materia. Infatti, secondo i giudici del Consiglio di Stato, alla funzione di tutela del paesaggio è estranea qualsiasi forma di attenuazione della stessa, in quanto se fosse presente essa si tradurrebbe dal punto di vista provvedimentale, in maniera illegittima e paradossale, in una minore tutela, malgrado l’intensità del valore paesaggistico del bene, soprattutto quanto più intenso e forte sia o possa essere l’interesse pubblico alla trasformazione del territorio. Il parere del MiBACT, in ordine alla compatibilità paesaggistica, non può che essere un atto strettamente espressivo di discrezionalità tecnica, dove l’intervento progettato va messo in relazione con i valori protetti, ai fini della valutazione tecnica della compatibilità fra l’intervento medesimo e il tutelato interesse pubblico paesaggistico. La motivazione di questo assunto viene spiegata brillantemente dai giudici di Palazzo Spada che riconoscono tale valutazione come istituzionalmente finalizzata ad evitare che sopravvengano alterazioni inaccettabili del valore paesaggisticamente protetto. E’ chiaro – almeno ai più – che la regola evidenziata dai giudici del Consiglio di Stato non fa altro che confermare l’applicazione dell’art. 9 della Costituzione, il quale – così si legge anche nella stessa sentenza – fa eccezione a regole di semplificazione a effetti sostanziali altrimenti applicabili. Vorrei richiamare l’attenzione su questo passaggio fondamentale dettato dal Consiglio di Stato in merito all’art. 9, cioè che tale norma costituzionalizza e al massimo rango la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione. Questo richiede necessariamente, ad opera dell’Amministrazione appositamente preposta, che si esprimano valutazioni tecnico – professionali e non già comparative di interessi, quando anche pubblici di altre amministrazioni stimabili di particolare importanza. La caratterizzazione tecnica del giudizio di compatibilità da parte degli organi del MiBACT non può certo venire meno – a pena di disattendere il contenuto e il particolare rilievo dell’art. 9 Cost. – in procedimenti semplificatori per opere considerate dalla legge di particolare significato. Il ruolo del Ministero – come precisano giustamente i giudici della Sesta Sezione del Consiglio di Stato – è caratterizzato dalla discrezionalità tecnica (non amministrativa) e quindi si concentra su un unico interesse, come nel caso in questione paesaggistico, attraverso la verifica in fatto della sua configurazione e trasformazione . Conclusivamente, nell’esercizio della funzione di tutela spettante al MiBACT, l’interesse che va preso in considerazione è quello della tutela paesaggistica, il quale non può essere aprioristicamente sacrificato dal Ministero stesso, nella formulazione del suo parere, in considerazione di altri interessi pubblici la cui cura esula dalle sue attribuzioni. Ecco quindi che la sentenza in commento si inserisce a pieno diritto e con grande vigore nel dibattito in corso relativo alla nuova configurazione territoriale delle strutture del Ministero, secondo il ddl Madia. Infatti, come potrebbe garantirsi il ruolo costituzionale della funzione di tutela, svolta dalle attuali soprintendenze territoriali, se queste – come ipotizzato – fossero assoggettate, seppur ai fini di coordinamento, alle prefetture, che svolgono istituzionalmente compiti e funzioni, ancorché pubbliche, potenzialmente in contrasto ? Ciò non potrebbe comportare che uno svuotamento delle funzioni di tutela con la cancellazione del ruolo ministeriale nel sistema giuridico italiano, pur avendone un chiaro riconoscimento formale, non solo nella stessa Costituzione, ma anche nello stesso Codice dei beni culturali. Ad un’analisi attenta non si può fare a meno di osservare che il governo – questo governo – “dimentica” sempre più spesso l’esistenza di norme costituzionali che, al contrario, non possono essere cancellate nel nome di un preteso rinnovamento, destinato ad abbattere i principi che i nostri Padri Costituenti (questo si in maiuscolo!) hanno lasciato alle generazioni future per la salvaguardia della democrazia nel nostro Paese. E questo si deve avere il coraggio di ricordarlo e di dirlo.

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