Alessandro Ferretti

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Caccia al soprintendente!

La richiesta di rimozione di un dirigente dello Stato sembra la nuova arma a disposizione della politica per perseguire i propri obiettivi

Continuo nel mio percorso di riflessioni sull’attuale momento che sta attraversando il sistema giocattolo “beni culturali” nel nostro paese (come sempre, volutamente minuscolo) per soffermarmi su una vicenda che definisco preoccupante, ma che in realtà scopro essere quasi prassi costante negli usi della politica. Beata ignoranza! Venerdì 24 luglio il presidente della regione marini convoca una conferenza stampa e davanti a giornalisti della carta stampata e della televisione svela di aver “confezionato” un dossier contro il soprintendente dell’umbria gizzi, il cui atteggiamento “poco collaborativo” avrebbe già creato danni per un centinaio di milioni. Vivendo in umbria, lavorando nello stesso settore di gizzi, mi sono dapprima allarmato, poi ho pensato al solito proclama politico per giustificare le proprie inefficienze. Il giorno dopo leggo i giornali locali e mi rendo conto che al contrario è scoppiato un vero e proprio polverone. Il direttore di un giornale locale si scaglia  in un “fondo” aggressivo e inneggiante l’immediata rimozione di gizzi (..soprintendente da rimuovere, franceschini non traccheggi..) definito, tra l’altro, inadatto, Attila dello sviluppo sociale ed economico, difeso da Italia Nostra che da anni si è andata caratterizzando come la più conservatrici delle associazioni ambientalistiche italiane (sic!). Quindi non solo il presidente della regione umbria, ma anche il direttore di un giornale umbro chiedono la rimozione del soprintendente umbro: che calderone! Non basta: anche i sindaci di alcuni comuni umbri chiedono la rimozione del soprintendente umbro, sulla base del dossier che è stato accuratamente preparato contro gizzi. Il giorno successivo (quindi domenica) leggo su un altro giornale locale che gianfranco angeli, presidente del consiglio delle sezioni umbre di italia nostra, che parla di “attacco incomprensibile da parte della giunta regionale nei confronti di gizzi”; e con andrea liberati, capogruppo del movimento 5 stelle che parla di “cornice legalitaria precarissima a vantaggio di speculatori e approfittatori”. Lunedì leggo ancora altri interventi sulla vicenda e tra l’altro mi colpisce questo redatto dal comitato beni culturali gubbio che difende gizzi. Al di là del merito, di cui  potete farvi un’idea leggendo il dossier presentato dalla giunta liberamente scaricabile dalla rete, mi colpisce il fatto che un livello politico istituzionale possa chiedere allo Stato di rimuovere i suoi funzionari. Mi sono posto anche la questione se sia mai successo in precedenza un fatto del genere e ho iniziato a cercare su google. I risultati sono veramente scoraggianti. Infatti, si può affermare tranquillamente che in occasioni analoghe il problema è stato risolto eliminando dal territorio il funzionario interessato. Così il consiglio comunale di Trieste nell’aprile del 2014 vota a maggioranza schiacciante una mozione che impegna il sindaco a chiedere a Roma una rotazione degli incarichi dirigenziali (soprintendente Picchione, oggi a L’Aquila) in quanto il soprintendente aveva espresso dinieghi «che avrebbero comportato pesanti costi economici con inevitabili ricadute economiche e quindi occupazionali». Nell’agosto del 2009, come si legge sul Corriere della Sera  , viene rimosso il soprintendente rinaldi reo di aver svolto un’efficace attività di tutela sul territorio lombardo. Lo stesso rinaldi viene rimosso da analogo incarico in Piemonte a causa della vicenda del vagone “Primo Levi” ( volutamente in maiuscolo) su impulso dell’amministrazione comunale. E così via. Staremo ora a vedere quello che succede, ma mi pare che altri pezzi del giocattolo “beni culturali” stiano letteralmente “volando via”

Su Pompei : quando il falso fa notizia

E’ un bollettino di guerra, non c’è niente da fare. Ogni giorno ne scopriamo una nuova su questo martoriato mondo dei beni culturali, mai come ora nell’occhio del ciclone. All’alba del governo neorenzista, si era pensato che un ministro “forte” ai beni culturali avrebbe garantito il loro rilievo e la loro importanza, rendendo più difficile il saccheggio di risorse che ogni politicante di turno aveva effettuato nel passato. A questo proposito mi vengono in mente gli scempi di bondi, quelli di ornaghi, per non voler risalire più indietro nel tempo. Oggi mi rendo conto che la nomina di franceschini per renzi è garanzia di vassallaggio, nel senso di obbedienza cieca al diktat del proprio signore. Ieri ho provato a spiegare alcune mosse dello smontaggio del giocattolo dei beni culturali. Oggi proseguo sulla stessa falsariga, richiamando una vicenda che ha del paradossale se non addirittura inquietante. Leggo l’articolo di Tomaso Montanari (da me in passato aspramente criticato per le idee di riforma sotto bray, ma con cui oggi mi trovo concorde sul punto) pubblicato su Repubblica e scopro che l’ultima vicenda legata a Pompei sulla chiusura dei cancelli ai turisti per svolgere un’assemblea sindacale è stata oggetto di disinformazione con toni esageratamente alti usati da renzi e franceschini per altri fini. Il primo, sostiene Montanari, per coprire “..la concomitante manifestazione nazionale indetta dai sindacati confederali a livello nazionale, con sit in davanti alle sedi del ministero dell’Economia, per protestare contro il mancato pagamento del salario accessorio maturato da novembre scorso per le prestazioni che i lavoratori svolgono a tutela del patrimonio, e contro i tagli pesanti che il governo sta programmando sul salario di produttività: quello che consente le aperture prolungate tanto citate nella propaganda di Franceschini. Il secondo fine, aggiungo io, per giustificare l’ennesimo “colpo di mano” contro le rappresentanze dei lavoratori, considerate il male del nostro paese (discorsi questi che ci riportano ai regimi del passato, ma questo è un dettaglio). Scopro oggi un aspetto che nessuno pare aver preso in considerazione nella questione con mia grande perplessità. Da come sono stati raccontati i fatti – quelli che provocano un danno incalcolabile secondo franceschini e che fanno male al paese secondo renzi – sembra che i lavoratori di Pompei non avendo niente di meglio da fare, abbiano deciso di punto in bianco, una bella mattina di luglio, di fare un’allegra assemblea del personale, così come fosse un semplice picnic. La cosa è di per sé assurda ovviamente, ma così è stata presentata, salvo capire soltanto oggi (visto che i documenti sono stati resi pubblici)l’enorme disinformazione resa sul fatto, senza spiegare che il 22 luglio (cioè il giorno prima dell’assemblea) il soprintendente osanna aveva reso disponibile dalle 9 alle 11 l’Auditorium degli scavi di Pompei per lo svolgimento dell’assemblea chiesta in data 21 luglio e che, pur chiedendo alle organizzazioni sindacali un differimento dell’orario, aveva dato disposizioni ai direttori degli uffici scavi di assicurare la presenza del personale essenziale durante l’assemblea. Questa nota è pubblica e facilmente raggiungibile su internet e dimostra che tutta la polemica che ne è scaturita è frutto di una volontà di rendere “tragedia ciò che tragedia non è” per raggiungere quell’obiettivo finale dello smontaggio del giocattolo “beni culturali”, ormai in dirittura d’arrivo. A quale prezzo ? Rivolgersi al duo franceschini – renzi per conoscerlo.

Riforma dei beni culturali: come distruggere un giocattolo

Per qualche mese lo scorso anno i dipendenti del MiBACT si sono affannati in una polemica senza fine tra i fautori e i detrattori del nuovo corso voluto dal mostro bifronte Renzi – Franceschini. Uno scontro direi naturale tra i soliti yesman e i contro per definizione , che è possibile trovare in qualsiasi ambiente di lavoro. Risultato ? Tiriamo a campa’ generalizzato e tanta, tanta confusione. Oggi, a distanza di tempo, è possibile finalmente scorgere il piano perseguito dal duo Renzi – Franceschini, senza dar vita a nessuna spy story, ma analizzando semplicemente i fatti. L’obiettivo strategico finale è smontare il giocattolo “beni culturali” voluto da Spadolini per eliminarlo fisicamente dall’ordinamento. Gli strumenti adottati si sono esteriorizzati in una riforma del ministero scritta da universitari bellicosi tendenti a dimostrare l’inefficienza dei burocrati statali per definizione tali (cioè inefficienti). In quel caso, la giustificazione data sulla riforma è stata in ossequio alla c.d. spending review, cioè in un taglio delle figure dirigenziali a vantaggio di un presunto risparmio di fondi ed a un miglioramento complessivo della funzionalità del sistema. Ad oggi i dirigenti sono sempre gli stessi (nel numero effettivo) con un taglio dei fondi che si è concentrato esclusivamente sui dipendenti non dirigenziali del Ministero con la decurtazione del c.d. FUA (Fondo Unico di Amministrazione) e con il taglio delle cc.dd. spese di funzionamento e delle locazioni passive (quest’ultimo teorico più che pratico). Il neorenzismo, basato sul “fate come dico io e basta”, con tanto di zeppola fastidiosissima, ha spinto talmente tanto per l’adozione delle riforma ministeriale  da attuarla con un Decreto Presidente Consiglio dei Ministri, anziché con Decreto Presidente della Repubblica. Ciò in barba a tutte le naturali leggi di controllo costituzionale dell’operato del governo. Di questo se ne è parlato poco sui giornali o sulla rete, ma la gravità di quanto fatto non può essere sfuggita agli omertosi complici del sistema, che si sono accontentati di una poltrona pur di non mettersi contro il supremo reggitore delle sorti dello stato (tutto volutamente con la minuscola). E’ sufficiente evidenziare che con il D.P.R. si avrebbe avuto un “sano” passaggio nelle Commissioni Parlamentari oltre che ad un “sano” giudizio al Consiglio di Stato (quantomeno per verificare la correttezza giuridica dell’obbrobrio neoregolamentare). Ciò non si è verificato grazie alla scelta dello strumento del DPCM che ha avuto un semplice controllo di correttezza dei conti. Il secondo passaggio per lo smontaggio del giocattolo “beni culturali” si è avuto con la struttura del disegno organizzativo attuato con la riforma: un incredibile minestrone di competenze mescolato in più calderoni isolati tali da realizzare la paralisi dell’amministrazione per mesi. Ancora oggi, nonostante le promesse del solito neorenzismo, una parte consistente delle riforme risulta non attuata mancando le nomine dei superdirigenti dei Musei autonomi, frutto di un farneticante bando di concorso che dopo accurata selezione porterà alla scelta voluta da un’unica persona: il ministro… Il secondo passaggio dello smontaggio del giocattolo “beni culturali” è arrivato puntuale e imperioso con la nomina dei dirigenti centrali e periferici, voluti non si sa bene da chi, ma forse possiamo immaginarlo. Ciò che colpisce è la scelta fatta di affidare competenze specifiche di uffici a dirigenti con competenze professionali del tutto diverse. Così, impassibilmente, abbiamo assistito alla nomina di un dirigente amministrativo alla Direzione generale archeologia ( mi raccomando, non archeologica, suonerebbe troppo bene..), di un dirigente archivista alla Direzione generale organizzazione e personale, di un dirigente architetto alla gestione del Colosseo, di una pletora di archivisti ai segretariati regionali e così via. Come dicevo, un minestrone riscaldato in diversi calderoni tale da risultare totalmente indigesto. Un ulteriore passaggio si è avuto con l’innalzarsi del vessillo del turismo a salvatore del giocattolo “beni culturali”, senza FARE NULLA AL RIGUARDO. E’ proprio così: non una direttiva, non una indicazione dal livello politico su cosa fare per il turismo negli uffici del Ministero. Tanto che per i corridoi degli uffici ministeriali si è sparsa la voce che l’attribuzione del turismo tra le competenze del dicastero serve solo per fare dei viaggi premio meravigliosi ad alcuni dipendenti più fortunati. Un ennesimo passaggio diretto a compromettere la funzionalità del MIBACT è la nuova riforma (un’altra???) che prevede l’attribuzione al podestà…ops..al prefetto delle competenze relative alle soprintendenze. Qui è il culmine del delirio neorenzista, che non contento di aver smontato il giocattolo, si appropria direttamente delle parti smontate per giocarci come un novello Chaplin disposto a giocare con il “mondo” nel suo capolavoro cinematografico. Insomma, il destino è tracciato, il dado è tratto, ditelo come volete, la realtà resta quella che stiamo vedendo: la distruzione del giocattolo “beni culturali” anche se ancora non sappiamo in cambio di cosa. O forse lo sappiamo ?

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